venerdì 28 agosto 2026

I MANTELLONI: I FOLLETTI SENZA PIEDI CHE ATTRAVERSAVANO LA NOTTE DELLA VALLE D’AOSTA



In montagna anche le impronte possono mentire.

Nevica. Il mattino dopo qualcuno esce dalla baita, guarda la neve intatta e capisce che durante la notte è successo qualcosa. Una porta è stata aperta. Il latte è rovesciato. Nella stalla le code delle mucche sono state annodate tra loro. Qualche oggetto è sparito. Ma sulla neve non c’è una sola traccia.

Niente piedi.

E allora, naturalmente, qualcuno deve averlo fatto.

I valdostani avevano una risposta pronta: i Mantelloni.

O, nella tradizione francoprovenzale della Valle d’Aosta, i Manteillons. Piccoli esseri dall’aspetto bizzarro, con il volto appuntito, braccia sproporzionate e un lungo mantello che arriva fino a terra. Un mantello esageratamente lungo, quasi ridicolo, se non fosse per il motivo per cui lo indossano.

I Mantelloni non avrebbero piedi.

O almeno così racconta la leggenda.

Il mantello non sarebbe dunque un indumento. Sarebbe un trucco. Coprirebbe quella deformità e, soprattutto, impedirebbe agli uomini di capire come quelle creature riescano a muoversi.

È un dettaglio straordinario perché trasforma una caratteristica fisica in una spiegazione del mistero. Se non hanno piedi, non possono lasciare impronte. Se non lasciano impronte, nessuno può seguirli. Se nessuno può seguirli, possono entrare e uscire dalle baite come fantasmi.

La montagna fa il resto.

Boschi scuri. Baite isolate. Stalle lontane dai villaggi. Neve che cancella le tracce. Notti interminabili. E un silenzio nel quale anche il rumore di un animale può sembrare il passo di qualcuno che non dovrebbe esserci.

I Mantelloni, secondo la tradizione, non erano però creature particolarmente interessate al male. Erano soprattutto dei rompiscatole soprannaturali.

Entravano nelle stalle e combinavano pasticci. Annodavano le code delle mucche. Rovesciavano il latte. Facevano sparire oggetti. Apparivano e scomparivano senza lasciare traccia.

Il folklore contadino conosce bene questo genere di creatura.

Quando qualcosa va storto senza che sia possibile individuare il colpevole, nasce il folletto.

E il vantaggio è notevole: il folletto non può essere interrogato, non può essere denunciato e, soprattutto, non può essere colto sul fatto.

È l’alibi perfetto.

Ma in alcune versioni della tradizione valdostana i Mantelloni diventano qualcosa di più inquietante. Nella zona di Cogne, per esempio, vengono descritti anche come esseri capaci di assumere forme diverse, trasformandosi in pipistrelli o in ombre oscure. Possono arrivare alle finestre, rompere i vetri e sparire nel buio prima che qualcuno abbia il tempo di capire che cosa sia successo.

Qui il folletto burlone comincia a cambiare natura.

Non è più soltanto quello che nasconde un oggetto o rovescia una brocca.

È una creatura della notte.

E la notte, prima dell’elettricità, era un territorio molto più grande di quello che immaginiamo.

Oggi accendiamo una lampada e la stanza torna nostra. Un tempo bastava spegnere il fuoco perché la casa diventasse improvvisamente piena di angoli che nessuno poteva controllare. Fuori, poi, c’era la montagna. E la montagna non aveva bisogno di inventare mostri: bastavano il vento, gli animali, le frane e la neve.

Ma quando un rumore arrivava dal bosco, l’immaginazione provvedeva a dargli una forma.

E i Mantelloni erano perfetti per quel compito.

C’è anche una storia che racconta di un parroco di Cogne riuscito a cacciarli attraverso un sortilegio. La punizione che avrebbe imposto loro è quasi grottesca: intrecciare funi di sabbia.

Una condanna impossibile.

E proprio per questo perfetta.

Non c’è bisogno di uccidere il mostro. Basta rendergli impossibile tornare.

Il sacerdote diventa così il garante dell’ordine, mentre i Mantelloni rappresentano tutto ciò che vive ai margini di quell’ordine: il bosco, la notte, il disordine, lo scherzo, l’imprevedibile.

Ma la caratteristica più bella della leggenda rimane quella delle impronte.

I Mantelloni possono attraversare la neve senza lasciare alcuna traccia.

Provate a immaginare l’effetto che doveva produrre una storia simile in un villaggio di montagna.

La neve è il grande archivio dell’inverno. Conserva le impronte degli uomini, dei cani, delle volpi, degli ungulati. Permette di ricostruire chi è passato e in quale direzione.

Ma non loro.

Il mantello striscia sul terreno e cancella tutto.

Il risultato è una creatura che può essere vista ma non seguita, ascoltata ma non catturata, accusata ma mai trovata.

Una creatura senza piedi.

E forse è proprio questa l’intuizione più raffinata della leggenda: trasformare l’assenza di una traccia nella prova dell’esistenza di qualcosa.

Non hai visto chi è passato?

Eccolo.

Non ci sono impronte?

Ancora meglio.

Non trovi più l’oggetto?

Adesso sai chi è stato.

È così che nasce il folklore. Non dalla certezza, ma dal buco lasciato dalla certezza.

I Mantelloni non hanno bisogno di dimostrare nulla. Sono creature costruite esattamente sull’impossibilità di dimostrarne l’esistenza. E per questo possono sopravvivere molto più a lungo di qualunque animale reale.

La scienza può scoprire dove passa una volpe.

Può identificare le sue impronte.

Può fotografarla.

Il Mantellone invece lascia soltanto una finestra rotta, una coda annodata, una brocca rovesciata e una domanda.

Chi è stato?

In una valle dove la montagna ha sempre imposto all’uomo rispetto, prudenza e una certa dose di paura, la risposta era semplice.

Qualcuno senza piedi.

E con un mantello abbastanza lungo da cancellare ogni prova.

Cesio Endrizzi

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